Notizia scritta il 05/02/12 alle 21:03. Ultimo aggiornamento: 07/02/12 alle: 13:28

ACTA: EUROBUROCRATI ED ESTABLISHMENT ECONOMICO

Prendo spunto dall’ACTA (che non è una cosa seria) per discutere di un paio di cose che invece sono serissime. Vado a modo mio per capitoli in ordine sparso.

1) Cronistoria spicciola dell’ACTA: su entrambe le sponde dell’Atlantico si prende atto che l’opinione pubblica è ormai ferocemente contraria a provvedimenti che rafforzino la “proprietà intellettuale”, e che è molto difficile per un parlamento democraticamente eletto far passare un provvedimento antipirateria o anticontraffazione più restrittivo dei tantissimi che già ci sono e non sembrano servire a niente (chissà perchè). Partendo da un’iniziativa americano-nipponica si decide allora di forzare la mano ai parlamenti mediante un accordo internazionale. Bush prima e Obama poi impongono la segretezza sulle trattative per “ragioni di sicurezza nazionale” (?), l’UE si adegua con più realismo del re. Seguono tre anni di trattative più segrete della realizzazione della bomba H, le solite anticipazioni di Wikileaks, e un’infinità di proteste contro un clima da guerra fredda di cui nessuno si spiega la ragione. Scoppia un primo scandalo quando emerge che una cinquantina di multinazionali hanno ricevuto copia del documento in lavorazione, ed infine scoppia uno scandalo ancora più serio quando Kader Arif, il rappresentante del parlamento europeo incaricato di seguire lo sviluppo dei lavori attorno all’ACTA, si dimette da questo incarico, rilasciando dichiarazioni al vetriolo (letteralmente: “non intendo continuare a prender parte a questa mascherata”). Il trattato viene firmato da (non so quali rappresentanti di) un gruppo di paesi che include Stati Uniti, Giappone, e quasi tutta l’Unione Europea, ma esclude Cina, Russia, Brasile, e India, e (solo provvisoriamente) la Germania ed alcuni paesi più piccoli in Europa. Inoltre per non so quale cavillo della legislazione americana gli USA non saranno veramente tenuti a rispettarlo fino in fondo. Il trattato per ora è virtuale, dovrà essere approvato dal parlamento europeo, attorno all’estate, e dai parlamenti degli altri paesi coinvolti. Da entrambi i lati dell’oceano scoppia un vero e proprio caso nel momento in cui diventano finalmente noti i termini dell’accordo, che non vanno veramente a toccare i principi ed i diritti, quanto piuttosto i modi dettagliati di applicazione. Ossia materie che dovrebbero essere di competenza di organi investigativi ed amministrativi locali (se non altro per non fare a botte con le legislazioni nazionali). Inoltre si riparte all’attacco su una serie di criteri che sono stati già rigettati in discussioni parlamentari (casi Sopa/Pipa) o da sentenze delle corti europee, perchè in conflitto con principi condivisi di qualsiasi legislazione civile. In particolare, viene riproposta la trasformazione di soggetti privati in autori legittimi o addirittura obbligati di procedure giudiziarie, investigative o repressive. Sono presenti conflitti con principi giuridicamente protetti di libertà di espressione e di informazione, privacy nella comunicazione, diritto di accesso a mezzi culturali e professionali. Infine si stabilisce un ulteriore organo internazionale che si sovrappone ai tanti già esistenti (es. WTO) con i quali andrebbe in conflitto sulle materie di commercio. Non se ne sentiva davvero il bisogno.

2) Lavanderia politica. L’espressione anglosassone “political laundry” indica un sistema in cui ti ritrovi soggetto a leggi che è impossibile capire chi abbia deciso. Ci sono tre livelli: le istituzioni che tutti votiamo, poi il piano di sopra (i trattati internazionali), e il piano di sotto (le circolari ministeriali). Per fare lavanderia politica devi mettere in comunicazione diretta il piano di sopra e quello di sotto, bypassando le istituzioni democratiche.

A) Il piano di sopra. Farò un esempio assolutamente ipotetico e senza riferimenti a cose o persone realmente esistiti. Supponiamo che tu voglia costruire una ferrovia, che so, tra Torino e Lione, e però tu abbia il problema che a nessuno glie ne frega niente di andare da Torino a Lione, che gli abitanti delle zone interessate siano disposti alla guerriglia pur di non farti passare e che gli altri Italiani e Francesi preferiscano vedere quei soldi investiti nei treni che prendono tutti i giorni e non in quelli che non prendono mai. A farla breve, consenso zero, in Italia, in Francia e in tutti i paesi europei interessati da trovate del genere. Che fai? passi al piano di sopra: un accordo in sede di Unione Europea, con un bellissimo piano globale di grandi viabilità continentale, immaginando un cittadino d’Europa che invece che fare il pendolare tra Edolo e Brescia su un treno da suicidio, lo fa tra Milano e Madrid, Madrid e Londra, Londra e Varsavia. Quale governo nazionale potrebbe non ratificare questo avveniristico progetto di Homo Europeus? Così tutte le Val di Susa d’Europa si ritrovano un rappresentante del governo nazionale che “Scusateci, noi non vorremmo ratificarlo, ma sapete com’è, l’Europa…”. Come se l’accordo non fosse stato trattato tra governi nazionali, ma dal proconsole di una potenza occupante. Stesso identico discorso per un trattato internazionale sul genere WTO e mille altri.

B) Piano di sotto. Spesso le ratifiche vanno per le lunghe, perché molti trattati prevedono che alla fine dal consenso dei parlamenti nazionali si debba passare, in teoria. Allora ci pensano ministeri, enti locali, uffici amministrativi, i quali “preso atto del nuovo indirizzo” anticipano il cambiamento, di fatto legiferando in proprio. Ossia producono atti amministrativi, circolari, etc, che fanno riferimento ad un quadro normativo virtuale. Ed aggirano quello reale, ovviamente contando su un occhio chiuso o due da parte di chi dovrebbe controllare. Quindi se si annuncia una riforma delle direttive sull’edilizia che prevede i palazzi sferici, i governi di mezza Europa autorizzano le Impregilo locali a costruire palazzi sferici, ignorando un quadro legislativo che per il momento li vieta. Una volta che questi palazzi hanno invaso l’Europa che fai, li demolisci? A quel punto la presa d’atto dal basso forza il parlamento europeo e quelli nazionali ad approvare più in fretta possibile l’annunciata normativa sui palazzi sferici. In tutto questo, dell’opinione dei sudditi, chissene. L’ACTA sembra perfetto in questo senso, perché non è centrato su leggi innovative, ma sui modi di applicazione. In altre parole, non perde tempo a dirti quello che devi scrivere nelle (inutili) leggi, ma ti detta subito le circolari.

3) Proprietà intellettuale: brevetti, trademark, copyright. Togli i brevetti e metà delle multinazionali chiude. Il discorso che in risonanza planetaria senti ripetere alla nausea da potentati economici e politici è questo: Il progresso umano è legato a doppio filo ai brevetti. Se non ci fosse stato il brevetto, nessuno avrebbe inventato la ruota, perché poi gli altri glie l’avrebbero copiata e l’inventore non ci avrebbe fatto un soldo. Senza il brevetto, nessuno avrebbe cominciato ad usare i metalli al posto del legno, perché poi tutti avrebbero copiato l’idea e niente guadagni. Senza il brevetto, nessun antico esercito si sarebbe dotato di spade e scudi, perché poi anche gli altri lo avrebbero copiato. Suona ridicolo? bene, ma è esattamente il discorso che viene ripetuto a refrain perpetuo dalle grancasse del mondo intero, anche se ovviamente ci si guarda bene dal portare come esempio una qualsiasi delle scoperte di cui era normale beneficiasse l’umanità intera fino a che non è arrivato il secolo delle corporation. Il concetto che viene ripetuto all’infinito è che “senza il diritto all’uso privato esclusivo delle proprie scoperte, nessuno avrebbe mai inventato niente”. Non ci vuole un genio a capire che è un falso storico colossale, ma quando una cosa viene ripetuta a reti unificate…. Se le multinazionali si fossero fermate qui… ma il concetto è stato estremizzato, grazie alla compiacenza di tribunali e potere politico, e siamo arrivati all’assurdo che OGNI articolo scientifico deve pararsi il didietro mediante “licenze libere” come la GPL, ossia mettersi sotto la copertura di quel tipo di brevetto con cui l’autore autorizza chiunque a fare quello che gli pare con i contenuti della propria scoperta. Altrimenti tu scopri e pubblichi una cosa, una multinazionale lo brevetta come se l’avesse scoperto lei, e da quel momento tutte le ricerche dell’intero settore sono bloccate: se quello che avevi scoperto è importante, sarà difficile continuare la ricerca nel settore senza in qualche modo sfiorarlo. Se si vuole un esempio veramente paradossale di dove ha portato il sistema, invito a digitare sui motori di ricerca le parole “monsanto brevetto maiale”.

Questo modo distorto di utilizzare il diritto d’autore è la più grottesca violazione dei principio di libera concorrenza dai tempi della Compagnia delle Indie, e una micidiale palla al piede del progresso tecnologico, che in certi settori ormai è appaltato a cartelli di multinazionali che hanno interesse a che di progresso non se ne abbia affatto. A volte la cosa è talmente insostenibile che le infrazioni si susseguono, brevetti o no, ad alto e basso livello. Porto alcuni esempi. Smartphone e tablet: qui non c’è produttore che non sia coinvolto in decine di controversie giudiziarie contro tutti gli altri causa brevetti violati, e sarebbe un settore allo stallo se non fosse che alla fine se ne fregano tutti, si pagano le multe uno con l’altro e pace. Ma non è che stiano tutti a farsi spionaggio industriale dalla mattina alla sera. E’ che se tutti portano avanti gli stessi prodotti è inevitabile che ci mettano dentro le stesse trovate, o comunque elementi che, a giudizio di un tribunale, sono “troppo simili” a quelli coperti dal brevetto di un altro. La cosa evidenzia anche che i brevetti funzionano quando hai Golia contro Davide. Quando Golia ha a che fare con un altro Golia, servono a poco. Medicina: Con l’aids ed altre malattie, mezzo mondo sta alla catastrofe umanitaria, perché non può pagarsi le medicine protette da brevetto e vendute a prezzi fuori mercato, e non può neanche prodursene altre: dovrebbe individuare principi d’azione completamente diversi da quelli in uso, così che l’immancabile tribunale compiacente non possa adombrare una violazione di brevetto. Siccome ormai si arriva al punto che vengono concessi brevetti che “coprono” la struttura genetica stessa di un virus (ai primi laboratori che l’hanno catalogata), può essere molto difficile svolgere ricerche efficaci sulle malattie più “di grido” senza andare a ledere qualche copyright. Ma intanto l’altro mezzo mondo (India etc) se ne sbatte e le medicine se le produce alla faccia dei brevetti. Tanto è solo questione di rapporti di forza politico-militare e questi paesi la forza ce l’hanno. Risultato, quel mezzo mondo ci sta surclassando: le nostre aziende si guardano bene dal pestare i piedi a Big Pharma, le loro se ne fregano. Prima o poi, cominceremo a comprare le medicine da loro. OGM: Il contadino che usa semi OGM, è libero di mangiarsi o vendersi il raccolto ma non di ripiantarne i semi. Quelli li deve ricomprare ogni anno dalle varie Monsanto, Novartis, Aventis, legandosi in eterno al fornitore. Il quale persegue scientificamente l’obiettivo di far estinguere le coltivazioni tradizionali, col risultato di incatenare l’alimentazione di interi continenti ai propri capricci, e di far sparire la biodiversità agroalimentare, che viene percepita come una sorta di anarchia retrograda e sovversiva nell’ideale di un mondo dove tutti mangeranno polli clonati dallo stesso individuo. L’Unione Europea tiene gli OGM alla larga con una serie di trucchetti, ma non trova la forza di ribellarsi all’assurdità del meccanismo. In India hanno fatto scalpore le migliaia di suicidi di contadini che, inizialmente abbindolati dalla promessa di raccolti fantascientifici, si sono messi nelle mani della coppia “pesticida + OGM-pesticida-resistente” (la Monsanto vendeva entrambi). Per poi ritrovarsi rovinati dall’impossibilità di fare annualmente fronte alle spese per le semenze ed il pesticida dell’anno successivo. Come estrema forma di manifestazione della propria disperazione, i contadini si uccidevano bevendo il pesticida al quale attribuivano la propria rovina. Windows: Microsoft ha fatto oggettivamente molti meno danni di altre compagnie, ma con una politica commerciale particolarmente aggressiva è riuscita a trasformarsi nel simbolo universalmente accettato dell’uso fuori luogo della proprietà intellettuale. Per anni Microsoft ha preteso che l’intero mondo utilizzasse i suoi prodotti (io ho “inventato” Office, e allora tu non puoi mettere sul tuo computer un altro Office che non sia il mio. Io NON ho inventato il browser, ma vada in rovina Netscape che lo ha inventato perché comunque tu sul PC ti troverai pronto il mio. Hai una macchina fotografica? io mi metto d’accordo con Canon e Nikon che ti forniscono solo i driver per Windows). Le ha rotte tanto a tutti, ma in particolare alle case di hardware: HP, IBM, etc, che mal digerivano il pesante ricarico di costi dovuti al software Windows preinstallato sui propri prodotti. Così che alla fine ha cominciato a prendere legnate da tutte le antitrust del mondo, e con l’era degli smartphone e dei tablet ha finito col perdere anche il suo punto di forza, il monopolio dei sistemi operativi. Bene, di queste e mille altre mostruosità la commissione europea che ha portato avanti l’ACTA non sembra essere a conoscenza, e tranquilla ha dichiarato che fa quello che fa per “proteggere lo sviluppo ed il progresso economico europeo”. Da quale pianeta vengano questi signori, ed i politici che li hanno messi a gestire questo trattato, è un interessante mistero.

4) Miti, affari e potere. Le continue sconfitte dei tentativi di mettere la museruola ad internet non sembrano scoraggiare gli aspiranti censori. In particolare, si continua a farneticare di una pirateria che sottrarrebbe enormi volumi di affari alle compagnie che “onestamente” fanno il loro lavoro. Vediamo che cosa veramente viene colpito da internet e dal tipo di utilizzo che se ne fa oggi. Un puntello ideologico del mondo delle multinazionali è il mito che “comanda il consumatore”. In questa Avalon da Porte Franche, i consumatori scelgono quello che più gli piace, e tante aziende in spietata concorrenza tra loro si fanno in quattro per soddisfare ogni risvolto delle sue esigenze. Tornando coi piedi sulla Terra di Mezzo, le cose vanno che al supermercato gli fai trovare solo certi prodotti, in televisione lo rincoglionisci per anni che quella roba è la migliore, e poi favoleggi che comanda la sua libera opinione. Internet scava nelle fondamenta di questo castello. Ha creato delle forme di consumo di massa che spazzano via importanti centri di monopolio, ha messo le principali multinazionali una contro l’altra a farsi la guerra sul serio, e non c’è ancora stato verso di rimettere il meccanismo “sotto controllo”. Prendiamo Murdoch. E’ diventato il principale attore nella guerra ad internet. Lui dice che non gli va che i suoi giornali pubblichino notizie e gli altri le riprendano. Nota che anche le sue TV riprendono le notizie da mille fonti accessibili via internet. E lui è sempre più ricco. Allora, dove è il problema? E’ un problema di potere. Uno non si compra metà dell’informazione mondiale per fare soldi. Qualunque gruppo finanziario, appena può, diversifica. Per minimizzare i rischi. Quindi se lui, invece che diversificare, insiste ad investire nello stesso settore, non è per far soldi. E’ perché il controllo di gran parte dell’informazione mondiale gli dà un potere politico senza pari. Internet gli sta sfilando via questo monopolio da sotto i piedi. Quelle notizie, opinioni, e consenso, che i suoi media costruivano pazientemente con ossessive campagne di disinformazione, ora in un attimo si creano da soli partendo da una sconosciuta pagina di facebook e moltiplicandosi come in virus esplosivo in pochi giorni. Vere o false chissà, ma il punto è che sono realtà mediatiche che si costruiscono completamente fuori dal controllo di Murdoch e degli attori tradizionali. Se Kennedy venisse ucciso oggi, lo sapremmo in cinque minuti chi è stato a sparare. Questo non va a svantaggio del Murdoch editore, ma va a svantaggio del Murdoch manipolatore di notizie. Murdoch ci ha rimesso potere di ricatto ma non soldi. Diverso è il caso di Blockbuster, che internet ha mandato in rosso. Però, anche qui… come denunciato nel celebre “No-Logo” di N.Klein, questa casa per anni ha fatto uso del monopolio commerciale per imporre un modello ideologico, un canone di cinematografia, molto orientato a destra. I film di Blockbuster erano per famiglie “per bene”. Chiaro però che il presupposto del gioco era che nel centro commerciale il concorrente di Blockbuster non mettesse piede, per evitare che qualcuno commercializzasse i prodotti che Blockbuster accantonava. Negli USA il monopolio c’era e ha funzionato, fino all’avvento di internet che ha creato un “centro commerciale globale”, assolutamente incontrollabile. Quindi quello che è fallito non è un business, è un uso del business per scopi di altra natura. Se sei un imprenditore veramente teso verso il business, le novità non possono che farti gioco. Notiamo che, molto più che la pirateria, a far fallire il commercio musicale o cinematografico di tipo tradizionale hanno provveduto da una parte gli Apple Store, E-bay e gli altri fornitori di prodotti online, dall’altra American Express, Mastercard e gli altri gestori di pagamenti online. Quindi non c’è nulla di “piratato”, ci sono delle multinazionali che hanno i mezzi di pressione per non farsi fottere da altre multinazionali. Va anche notato che i nuovi attori non avrebbero avuto successo se non si fossero trovati davanti a prodotti che i vecchi attori vendevano a dieci volte il prezzo di produzione, sfruttando accordi di cartello, copyright e posizioni di monopolio. Morale: PER ORA il flusso di informazioni che viaggia su internet ed il modo in cui queste informazioni si riorganizzano, la distribuzione tramite internet di contenuti di consumo di massa, sfuggono al controllo delle multinazionali tradizionali. Le quali da anni vivono impedendo scientificamente ogni innovazione che potrebbe metterle fuori mercato. Stavolta il boccone sembra troppo grosso, ma ci proveranno alla morte.

5) ACTA e burocrazie planetarie. Rispetto a Sopa Pipa e Fava l’ACTA è un salto di qualità. Se da una parte siamo davanti ad una sconcertante esibizione di menefreghismo nei confronti della pubblica opinione (con un uso della segretezza come neanche ai tempi della guerra fredda), l’invio di informazioni secretate a 50 multinazionali di tutti i settori mostra il tentativo da parte dei negoziatori di farsi protagonisti di un accordo di cartello tra vecchi e nuovi attori. E’ probabile che si stia proponendo a Murdoch e a Google di fare l’amore non la guerra, in fondo restano sette miliardi di esseri umani da spennare, possono bastare per tutti e due. Oltre che per le altre 48 destinatarie della famigerata velina. Questo ruolo di intermediazione dei negoziatori dell’ACTA verrebbe formalizzato dalla creazione di un organo internazionale ad hoc, che si sovrappone agli organismi della Nazioni Unite, alla World Trade Organization, alla World Intellectual Property Organization e a non so quanti altri già delegati a metter timbri sulle beghe del commercio internazionale. In altre parole, i negoziatori del trattato un pensierino alla propria vecchiaia lo hanno rivolto. Un bell’ufficio magari accanto alla sede della World Bank, dove ogni giorno ti arrivano le perorazioni delle multinazionali per farti certificare i torti che le poverette subiscono dai pirati del sottobosco, gli inviti ai congressi organizzati dalle corporation, con hostess carine e compiacenti ed alberghi a cinque stelle, portano a guardare verso la propria quarta età con un certo ottimismo. Dovranno però vedersela con quelli del WTO che hanno già protestato per la sottrazione di competenze.

Non so per chi suggerire di fare il tifo. Quello che posso dire per tirare le fila è che se siamo in mano a questa gente, poveri noi. AB

docente di Fisica all’universita’ di Brescia e scienziato presso l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è ospite fisso il lunedi’ mattina alle 11.00 all’interno dello spazio approfondimenti di Radio Onda d’Urto. Ascolta il suo intervento nella trasmissione di lunedì 6 febbraio.

Condividi:
  • Print
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • MySpace
  • Twitter
  • email

Tag:, , , , , , , ,

Switch to our mobile site